Intervista a Mauro Corona

Non capisco gli scrittori che hanno il terrore della pagina bianca. Io, quando inizio a scrivere ho già tutto il libro in testa. Non inizi una scalata se non sai a quale cima vuoi arrivare. Dovessi aver paura della pagina bianca, smetterei di scrivere e andrei al bar». Parola di Mauro Corona, il montanaro che partendo dalla sua Erto, ferita nel disastro del Vajont, ha scalato monti e classifiche di best seller. La bandana sui riccioli grigi, la parlata polemica, la canotta che gli lascia le braccia nude è il buon selvaggio, uomo difficile, boscaiolo magico. Corona fa colore e troppo spesso si dimentica che sa pure scrivere. Ma lui lo dimostra senza problemi nel suo nuovo romanxo “La fine del mondo storto” (Mondadori).
Domanda. Lei ha fatto il boscaiolo, l’alpinista, lo scultore e mille altri mestieri. Com’è diventato scrittore?
Risposta. «Prima di tutto vorrei dire con Borges che mi vanto più dei libri che ho letto piuttosto che di quelli che ho scritto. Ma per risponderle: ho cominciato a scrivere fin da quando ero in collegio dai salesiani. Dal dna di mia madre ho ereditato la lettura, prima di cominciare a scrivere ho letto due Tir pieni di libri. E mia madre, a sua volta, aveva nel suo dna le passioni del nonno Dorizzi, che faceva il segretario comunale e aveva la laurea. Quella parte della famiglia era di gente che leggeva. Mio padre, al contrario, non ha letto nulla in vita sua, nemmeno i cartelli stradali. Mi ha lasciato l’amore per la caccia e la montagna. Il nonno paterno mi ha trasmesso la voglia di scolpire il legno. Da entrambe le parti mi è piombato addosso l’alcolismo. Insomma è una storia lunga».
D. Non è facile riassumere una vita… vero?
R. «Già. Ho fatto mille mestieri. Minatore, manovale di terza classe, lavapiatti in Germania dove un mio fratello è stato ucciso a 17 anni in un litigio. Una vita sciagurata, come vede. Ho subito cinque processi: due per ubriachezza molesta e tre per bracconaggio. Mio padre ci ha dato poco o niente. Il giorno in cui ho chiesto in prestito il suo binocolo mi ha mandato a quel paese. L’ho amato, ma era un disgraziato».
D. Quando si è scoperta la voglia di scrivere e perché?
R. «Ho scritto i primi racconti per i miei quattro figli, per far capire loro che un tonno non si può sempre tagliare con un grissino e che le magliette sono belle anche se non firmate. Erano robe private, non pensavo di pubblicarle».
D. Però poi ha cambiato idea…
R. «È stata la vanità a tradirmi. Ma, soprattutto, si è messo di mezzo il caso. Un giorno Maurizio Bait, un mio amico, un giornalista del Gazzettino, ha letto uno di questi fogli e ha cominciato a pubblicarne uno per ogni domenica sul Gazzettino di Pordenone. Io mi sentivo già famoso. E il giornale guadagnava copie. Poco, ma guadagnava. Sono andato avanti così per un paio d’anni. Finché un giorno, un altro mio amico giornalista, Pietro Spirito, del Piccolo di Trieste, mi ha proposto di riunire i racconti in un libro».
D. E lei?
R. «Avevo paura di fare figuracce. Così ho chiesto il parere di uno scrittore notissimo. Lui ha preso i miei fogli, schifato, e li ha messi da parte dicendo: “In Italia tutti scrivono e nessuno legge”. Tornai a casa sconfitto. Mi ubbriacai e bruciai tutto. Racconti, appunti, disegni e perfino l’album delle foto di nozze. Un mese dopo, alla Festa della pannocchia di Montereale incontrai Claudio Magris con la moglie Marisa Madieri, fine scrittrice e donna di rara generosità, che mi chiese notizie dei miei scritti. Le dissi che avevo bruciato tutto. Mi rispose: “Sei un cretino. Vai a casa e lavora”. Ci misi un anno, ma ricostruii quasi tutto. A Magris il risultato piacque tanto che decise di farmi la prefazione del mio Il volo della martora. Ma ancora non mi fidavo. Così andai da un altro amico scrittore, Carlo Sgorlon, che mi diede un parere pratico: “Se un editore ti pubblica senza chiedere soldi, accetta subito”».
D. Così iniziò…
R. «Dopo quel primo libro feci come certe donne che dopo il parto dicono “Basta figli”. Lo disse pure mia nonna e di figli ne ebbe poi dodici. Anch’io dissi basta. Ma la gente comprava il mio libro. Dalla casa editrice mi telefonavano: “Siamo in ristampa”. Così decisi di farne un altro, Le voci del bosco, facendo parlare gli alberi. Quando lo lesse Rigoni Stern mi disse che un libro così l’avrebbe voluto fare pure lui. Un bell’incoraggiamento: così andai avanti con altre idee. E poi, un giorno, venne un signore a trovarmi. Mi arrampicavo sulla diga, ricordo, e saltai su come un demonio a rischio di spaventarlo. Quando mi disse che era Ferruccio Parazzoli, della Mondadori, rimasi strabiliato. Venne a casa mia e cominciammo a collaborare. Avevo pronti i racconti che pubblicai con titolo Nel legno e nella pietra. Mi fecero una festa faraonica. Ma fu quando arrivai alla collana Scrittori italiani e stranieri che mi sentii arrivato per davvero. Mi ubbriacai per una settimana e cominciai a prendermi sul serio. Non voglio essere vanesio, ma noi scrittori lo siamo un po’ tutti».
D. Cosa cerca di catturare?
R. «Io scrivo il libro che vorrei leggere. Il guaio è che quando l’ho finito l’ho già bell’e che letto e così devo farne un altro per divertirmi. Scherzi a parte, voglio salvare un mondo che non c’è più. Nel Canto delle manère, per esempio, racconto come lavoravano i boscaiolo di mezzo secolo fa, prima della sega elettrica, e come portavano i legni a valle. Racconto degli ertani e anche di me».
D. Di lei?
R. «Certo. Ogni libro è un’intervista non richiesta. E io ho messo tanto di me in Santo con la sua incapacità a essere felice, la voglia di leggere e di capire. Solo che io sono stato meno sfortunato di lui con le donne, e ho mia moglie che dopo 31 anni ancora mi sopporta. Ma, soprattutto, ho tre figlie e un figlio, Matteo, dei quali sono orgoglioso. Sono tutti laureati, c’è che lavora e chi cerca ancora, e io li tengo tutti con me senza considerarli bamboccioni per questo. Quello che porto a casa è di tutti. Ed è questa la mia più grande soddisfazione. Ho lavorato col cervello e con le mani, ho fatto la fame, c’è stato un momento che scolpendo mantenevo la famiglia. Chiamavo i vecchi clienti e li pregavo di comperarmi una scultura perché dovevo pagar l’affitto, o la spesa. E loro, magari, invece del milione che chiedevo mi davano 600 mila. Mi sfruttavano, ma mi hanno anche salvato. A volte di diventa santi facendo del male».
D. È soddisfatto?
R. «Scrivere mi piace. Quando scolpisco penso alle mie rogne, ma quando scrivo, o mi arrampico, non penso a niente. Alla paura di ammalarmi e di more o che succeda qualcosa ai figli. Ecco perché scrivo molto sui miei quadernetti neri, sempre a mano, con la mia vecchia Montblanc».
D. E il resto?
R. «Scolpisco ancora, ma mi arrampico di meno. Adesso che sono famoso dovrei forse ammazzarmi? Ora i soldi non sono più n problema, del resto non ho bisogno di molto. Anzi, ho tolto un sacco di cose: macchina fotografica, orologio, abito. Ho capito che le cose mi fagocitavano e me ne sono liberato. Ed è quello che ho insegnato ai figli. L’essenziale è lavorare il giusto, chiedere il giusto e avere del tempo libero per pensare a sé. Mio figlio Matteo, che è pittore e grafico, lo sta capendo bene. Ed è bravo. La copertina del mio libro è sua».
D. Cosa le manca ancora?
R. «Un premio letterario, anche piccolo. E sa cosa le dico? Se ne vinco uno… vi troverete davanti a un Corona tutto cambiato. Giuro che non mi riconoscerete».

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