Consigli

Scopro la meraviglia di scambiare consigli sui libri da leggere con il nipote grande, 14 anni compiuti quest’estate. Succede a tutti gli adulti a contatto con piccoli che crescono finché d’un tratto t’accorgi che sì, ormai sono grandi e possono iniziare un discorso che va oltre le scaramucce della Battaglia Navale. Nel nostro caso è cominciato un po’ sottotono quando ho regalato al mio ragazzo, non so più in quale occasione, Fahrenheit 451 di Bradbury. Lui ha lasciato passare parecchio tempo prima di leggerlo – delle nonne c’è poco da fidarsi – e l’ha cominciato solo perché il titolo figurava nella lista dei libri consigliati dal suo professore, ma alla fine mi ha detto gli era piaciuto e mi ha reso molto felice. Così gli ho regalato Martin Eden e una biografia di London. E la volta scorsa, ci vediamo ogni 15 giorni se tutto va bene, mi ha dato un consiglio lui. E così ho scoperto Il monte analogo di René Daumal un libro apparso postumo in Francia nel 1952, da noi nel 1968 grazie ad Adelphi. Una storia di montagna, in apparenza, dove però montagna sta per metafisica, sogno, viaggio attraverso la vita, serbatoio di conoscenza. Si osserva già nelle prime pagine che la montagna è il legame tra terra e cielo, la via attraverso la quale l’uomo può elevarsi alla divinità. Una via che deve necessariamente esistere per darci un po’ di speranza. Non a caso Mosè incontra Dio sul Sinai e sul Nebo; Nel Vangelo si parla del Monte degli Olivi e del Golgota; gli dei greci abitavano sull’Olimpo e in India l’Himalaya è la dimora di Siva. Non ci avevo mai pensato, ma solo a riflettere un poco si potrebbe allungare l’elenco parlando, per esempio, delle montagne sacre di varie tribù di pellerossa. E il curioso libro continua con un viaggio avventuroso che ha per meta un monte altissimo, il più alto della Terra, del tutto sconosciuto e ignorato. Quai che fosse un qualsiasi libro di viaggio, una Salgari che ti tiene sulla corda, Daumal semina perle qua e là:
“Come raccontare dei silenzi per mezzo di parole? Solo la poesia potrebbe farlo”. Oppure, e questo mi tocca ormai molto da vicino: “Non voglio morire senza avere capito perché ho vissuto”. Varrebbe la pena di leggerlo solo per questo.
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