Intervista a Ken Follett

«La cosa che mi gratifica di più è sentire dai lettori che attraverso la mia saga del Novecento, La caduta dei giganti, scoprono aspetti sconosciuti del passato e capiscono meglio il presente». Parola di Ken Follett, 61 anni, che sta presentando il suo nuovo romanzo (Mondadori) nei venti Paesi in cui è apparso in contemporanea, con una tiratura di due milioni e 500 mila copie. Lo incontriamo a Torino, tra una visita all’Armeria reale e una cioccolata al caffè Baratti.

Domanda. Che trucco ha usato?

Risposta. «Nessun trucco, mi creda. La grande Storia del Novecento ha tutti gli elementi di uno straordinario romanzo di sentimenti e avventura. Per trasformarla in una grande saga mi è bastato affiancare ai protagonisti che tutti ricordiamo (re, ministri, generali e rivoluzionari), le vicende di cinque famiglie frutto della mia fantasia. Poi ho chiesto l’aiuto a otto storici per controllare il testo a scanso di errori o approssimazioni».

D. Mille pagine per coprire tredici anni dal 1911 al 1924. Riuscirà a stringere il resto del secolo in due volumi?

R. «Certo. Questo primo decennio è uno dei più irrequieti. Ora mi restano meno di 70 anni, perché mi fermerò alla caduta del muro di Berlino. Ho già cominciato il secondo tomo che uscirà nel 2012. Conto di chiudere nel 2014 con il terzo volume. A tirare le cose troppo in lungo c’è il rischio che i lettori perdano il filo. O che, magari, io non regga fino alla fine. Più avanzano gli anni, più sento crescere una certa paura del futuro».

D. Il romanzo parte dalle miniere del Galles.

R. È lì che mio nonno ha cominciato a lavorare a 13 anni, in condizioni di miseria e pericolo estremi, come Bill Williams, uno dei miei protagonisti».

D. Si avverte ben chiaro lo scontro tra ricchi e poveri…

R. «Anche questo fa parte della Storia. Il Novecento ha visto la prodigiosa avanzata di operai e donne in un mondo anticamente dominato dall’aristocrazia».

D. Ancora una volta le sue eroine sono donne forti e amano molto…

R. «Non succede forse così nella vita? E poi, avevo bisogno dei loro figli: saranno i protagonisti dei prossimi volumi».

D. Insomma, dopo Sex and the City abbiamo Sex and History?

R. «Sì, rende l’idea».

D. Sente più nelle sue corde i thriller o i romanzi storici?

R. «La divisione non è così netta. Molti miei thriller, a cominciare da La cruna dell’ago, sono “storici” perché si svolgono durante la seconda guerra mondiale. Ho dovuto ricercare moda e stili di vita più o meno come ho fatto per raccontare il Medioevo ne I pilastri della Terra».

D. In Italia abbiamo visto la trasposizione cinematografica dei suoi Pilastri anche in una miniserie tv con Donald Sutherland. Le è piaciuta questa versione?

R. «Sì, e mi ha pure portato fortuna. Ho trovato molti nuovi lettori grazie al piccolo schermo».

D. Donald Sutherland era anche protagonista del film tratto da La cruna dell’ago. Siete amici?

R. «Non proprio. La prima volta che ci siamo visti mi ha ficcato nel petto un pugnale di scena. Non mi ha fatto male perché le lame di quei pugnali si ritraggono da sole, ma mi ha spaventato a morte».

D. Torniamo alla Storia: le è sempre piaciuto studiarla?

R. «Da ragazzo la odiavo. Ne ho scoperto il fascino quando ho cominciato a scrivere degli anni 40. E mi ha portato fortuna».

D. Lei ha sfondato a 28 anni col primo romanzo, La cruna dell’ago

R. «Falso. Prima avevo scritto altri dieci romanzi,

con vari pseudonimi. Ho cominciato a vent’anni perché avevo bisogno di soldi. Lavoravo in un giornale e un mio collega scriveva dei thriller. Ho pensato che se lo faceva lui, potevo cavarmela pure io. Una sera ho preso la macchina da scrivere e ho scritto: Capitolo 1».

D. Ha funzionato?

R. «Per niente, quel libro faceva letteralmente schifo. Ho capito col tempo che dovevo seguire un metodo diverso. Fare una scaletta, studiare il tema, sistemare la scaletta aggiustando azione e personaggi, e cominciare a scrivere solo dopo avere concluso tutti questi preliminari. Mentre finivo La cruna dell’ago sapevo di avere trovato la mia voce. Mary, la mia prima moglie ricorda che ero convinto di essere approdato a qualcosa di buono, e molto felice».

D. I suoi orari di lavoro?

R. «Quelli di un diligente impiegato. Lavoro tutti i giorni dalle 7 alle 5, salvo la domenica. Studio e preparo un libro per circa sei mesi, poi inizio la scrittura».

D. Il suo successo in numeri?

R. «Ho scritto 26 romanzi vendendo 120 milioni di copie».

D. Cosa prova quando finisce un libro?

R. «Un grande sollievo. Molti scrittori si sentono svuotati. Io sono contento di aver concluso il mio lavoro. Ma il momento più bello è quello in cui mi arriva la prima mail di un lettore soddisfatto».

D. Chi sono i suoi fans più affezionati?

R. «Gli spagnoli».

D. Uno dei suoi hobby è la musica…

R. «Ho cominciato a suonare da ragazzo e non ho mai smesso. Con la musica mi ricarico e mi rilasso. Ho coinvolto nella mia band anche il mio primogenito, Emmanuel».

D. Fa qualcosa di speciale per gli altri figli?

R. «Mi occupo dei loro bambini. Un bell’impegno: oltre alla mia secondogenita, Marie-Claire ci sono anche i tre figli di Barbara, ma mia seconda moglie, cui da 25 anni faccio da padre».

D. Come se la cava da baby-sitter?

R. «I nipotini sono soddisfatti. E anche io».

Nicoletta Sipos

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