Parola di Carlos Ruiz Zafon

Ai lettori che non l’avessero vista sul settimanale “Chi” ecco – un po’ ampliata perché sul blog ho meno costrizioni di spazio – l’intervista che ho fatto allo scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafon in occasione dell’uscita in italia del suo Il prigioniero del cielo (tradotto da Bruno Arpaia, finalista allo Strega 2011, Mondadori), il terzo volume della tetralogia iniziata nel 2004 con L’ombra del vento. Ritroviamo il libraio Sempere col figlio Daniel, lo scrittore David Martín, l’orribile ispettore Fumero, il magico Cimitero dei libri dimenticati, donne bellissime e uomini misteriosi. Come Fermín Romero de Torres, che durante il franchismo era imprigionato nell’infame carcere del Montjuic, ed è evaso con una tecnica degna del Conte di Montecristo.
Domanda. Tutto è iniziato quando lei lasciò la sua agenzia di pubblicità per diventare scrittore…
Risposta. «Già da bambino volevo fare lo scrittore. Non come un lavoro collaterale, ma come occupazione a tempo pieno, con l’idea di guadagnarmi da vivere con i miei libri. A nove anni creai una casa editrice con tre coetanei. Io scrivevo storie di alieni e mostri; un amico le illustrava, un altro fotocopiava le nostre pagine e il “ragazzo marketing” vendeva i fascicoli nella nostra scuola, il Collegio Sant’Ignazio di Barcellona. Gli affari andavano a gonfie vele, ma poi uno dei dirigenti ci accusò di diffondere materiali immorali e ci costrinse a chiudere. Fu la mia prima esperienza di editoria e censura».
D. Anche il suo David Martín viene accusato di avvelenare le menti dei lettori ne Il gioco dell’Angelo, il secondo volume della tetralogia…
R. «Presto un po’ del mio vissuto ai miei personaggi. Martín scopre pure, come me, che quando hai successo molta gente ti prende per cretino. E come me cerca lettori onnivori».
D. I suoi libri mescolano romanzo d’avventura, love story, gotico e poliziesco…
R. «Così facevano i classici dal Don Chisciotte di Cervantes in poi. È il 900 che ha praticato la segmentazione. Io vado per la fusion».
D. Si sbaglia a dire che la trama poliziesca ha comunque il sopravvento sugli altri elementi?
R. «In effetti ogni libro che si rispetti è da collocare tra i romanzi polizieschi. Il giallo tiene desta l’attenzione, spinge a non mollare la lettura. È un filo conduttore importante quando uno si mette in testa di scrivere per gli altri, come faccio io. Tenga presente che la sola cosa che scrivo per me è la lista della spesa. Per tutto il resto ho bisogno del pubblico ».
D. Lei vive da vent’anni da Los Angeles: cosa l’ha portata negli states?
R. «Ho sempre sognato di evadere dalla Spagna della mia infanzia, franchista e claustrofobica. Andavo a Londra e New York per comprare libri, ma nel mio cuore c’era Los Angeles: la città di Chandler, Orson Welles e del grande jazzista Miles Davis. Nel 1993 vinsi col mio primo libro un premio con un bel po’ di soldi e decisi di partire. Pensavo di guadagnarmi da vivere scrivendo sceneggiature di film. Mi è andata bene: Los Angeles è gioiosa e dinamica. A Barcellona m’incupisco. In effetti Il gioco dell’angelo, che ho scritto interamente a Barcellona, è il mio romanzo più scuro. Il diavolo vi ha una parte preminente».
D. Nel suo sito Internet lei sostiene la superiorità delle donne: ne è convinto?
R. «Sì. Cito le sorelle Bronte, Angela Carter e Joyce Carlo Oates. Ma anche Harper Lee, l’autrice de Il buio oltre la siepe».
D. Il suo scrittore preferito?
R. «Per la par condicio potrei citare è un uomo: Charles Dickens».
D. Nei suoi libri lei è affascinato dalle librerie. E nella vita?
R. «Pure. Sono un fan della Powell di Portland, Oregon, una libreria indipendente che occupa un intero caseggiato e ha titoli di tutte le specie, e rimpiango la Acres Books di Long Island, ora scomparsa, che ha ispirato il mio Cimitero dei libri perduti».
D. Com’è nata la sua collezione di draghi?
R. « draghi mi sono sempre piaciuti più degli insulsi cavalieri che volevano ucciderli. Erano loro i veri eroi delle mie favole. Ho cominciato a collezionarli da bambino: ora ne ho più di 500».

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