La parola a: Tamara Coia

Inauguriamo L’ANGOLO DEGLI OSPITI con queste riflessioni su burqa e altri veli

In Italia vige una legge (n° 152 del 1975) emanata in materia di sicurezza pubblica secondo la quale è fatto divieto recarsi in luoghi pubblici con indosso capi o protezioni che impediscano la completa visibilità del volto. Eppure c’è chi, per osservanza religiosa, di una regola non bene interpretata, ma soprattutto per imposizione, obbliga le donne islamiche ad indossare il velo, che tutti comunemente (ma erroneamente, in quanto esistono diversi tipi di velo nel mondo islamico), chiamiamo burqa. Così va a finire che, oltre ad apparire mal informati sull’esatto nome del capo indossato, ci becchiamo anche la lezioncina da parte dell’Imam di Sonnino, che mostrandosi ben disposto a rispettare il nostro codice penale, assicura: “ rispettiamo la legge italiana e se è un problema mia moglie potrà togliersi il velo, non è un’imposizione dettata dal Corano, e comunque non è burqa ma niqab”.
Cerchiamo di capire la storia del velo islamico leggendo il Corano. La Sura XXIV (LA LUCE) impone: “…alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, i loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli…”. Si parla di velo che è diverso dal Burqa, il Velo, o Hijab, che tradotto letteralmente significa “copertura”, talvolta indicato con il termine francese “foulard” che ne da un’idea più elegante e gioiosa.
Anche nell’ambito cristiano si parla del velo delle donne. L’apostolo Paolo prescrive: “…ogni donna che prega o profetizza senza avere il capo coperto fa disonore al suo capo, perché è come se fosse rasa. Poiché, quanto all’uomo, egli non deve coprirsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell’uomo; perché l’uomo non viene dalla donna , ma la donna viene dall’uomo. Giudicate voi stessi: è decoroso che una donna preghi Dio senza avere il capo coperto? Non vi insegna la stessa natura, che se l’uomo porta la chioma, ciò è per lui un disonore? Mentre se una donna porta la chioma, per lei è un onore; poiché la chioma le è data come ornamento (1 Corinzi 11:6)”.
Mia nonna paterna, quando si recava a messa indossava un velo di colore nero in testa; le mie giovani zie, in quanto non ancora maritate lo indossavano bianco: questo accadeva negli anni 70/80. A tutt’oggi le anziane signore di paese quando vanno a messa, per rispetto indossano ancora il velo e le tante first ladies, ricevute dal Papa hanno sempre il capo coperto, per non parlare poi delle spose che si recano all’altare con il velo che è simbolo di purezza e la cui lunghezza dipende dal posto che si occupa in società; come dimenticare il lunghissimo e bellissimo velo di Lady D? Sette metri di lunghezza, copriva gran parte della navata della cattedrale di Saint Paul, a Londra…
Insomma, il velo accomuna diverse religioni, non è un imposizione dettata dal profeta Maometto. E mi ripeto, noi parliamo di velo o foulard.
Nel corso dei numerosi viaggi, che ho avuto la fortuna di fare ho potuto notare come le cose siano ben diverse in quei paesi dove la religione ha assunto un potere estremo superando il potere giudiziario. Negli Emirati Arabi, paese per eccellenza moderato, ho visto donne con indosso il NIQAB (mantello nero lungo fino ai piedi che lascia scoperti solo gli occhi) così anche nello Yemen e Arabia Saudita. In Iran (antica Persia) si usa il CHADOR (mantello lungo fino ai piedi che però lascia il volto completamente scoperto). In nord Africa in paesi come la Tunisia, il Marocco, e l’Algeria, la dominazione araba ha importato anche l’uso del velo lo HIJAB o SHYLA (sciarpa o fazzoletto che copre i capelli, il collo e a volte anche le spalle): il più comune o forse il più conosciuto da noi occidentali, utilizzato anche in paesi come la Turchia, e nelle regioni caucasiche, laddove viene osservata la religione islamica. Infine, in Afganistan, dove, prima del 1992, anno in cui è caduta la Repubblica Democratica dell’Afghanistan, passeggiando per le stradine di Kabul l’odore di Kebab inondava interi quartieri e alzando gli occhi al cielo potevi scorgere coloratissimi aquiloni volteggiare, accompagnati dalle voci soavi dei bambini che partecipavano a veri e propri Gran Premi; il BURQA (abito solitamente di colore blu che copre sia la testa che il corpo, dotato di una retina all’altezza degli occhi per consentire a chi lo indossa di vedere parzialmente senza dover scoprire gli occhi) era un capo indossato dalle sole signore dell’alta società. Una legge del 1961 ne vietava l’uso da parte delle dipendenti pubbliche, sì, avete capito bene, in Afghanistan c’era una legge che VIETAVA alle dipendenti pubbliche di indossare il burqa. Ma con la salita al potere del regime teocratico talebano venne imposto a tutte le donne di indossarlo e di camminare prestando molta attenzione a non fare rumore, a rischio di esemplare punizione, che consiste in una serie di frustate, da eseguirsi in luogo pubblico. Per non parlare poi della SHARIA (legge islamica) mal interpretata, che prevede la pena di morte inflitta attraverso la lapidazione, sempre da eseguirsi in luogo pubblico. (vedi il caso di Sakineh e come lei tante altre). Questa è la condizione della maggior parte delle donne islamiche: femminilità vietata e diritti negati. E pensare che il primo concetto di diritto umano risale al 1780 a. C. con l’introduzione del codice di Hamurabi in Mesopotamia (l’attuale Iraq); ed è l’esempio meglio preservato in materia di diritti umani. Esso mostrava tutta una serie di punizioni a chi infrangeva la legge compresi i diritti delle donne.
La donna vista come una dama, la compagna di vita di un uomo, la madre dei propri figli, la donna che in occidente lotta per assumere ruoli fondamentali nel mondo del lavoro, in ambito politico, in questi paesi è uno zero. Allora: sì all’abolizione del burqa in luoghi pubblici, sì al divieto di indossare il velo nelle scuole ma si anche alla tutela dei numeri zero che messi al posto giusto non fanno che aumentare il valore del numero che li precede. Applichiamo la legge n° 152 del 1975, ma riflettiamo sulla condizione in cui vivono le donne velate, alcune per scelta, talune per esigenze ambientali, altre per vezzo, ma molte, troppe, per obbligo e imposizione da parte di una, non si sa bene quale regola scritta, da non si sa chi e su quale libro.

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