Maschi e femmine

Piccola discussione a un seggio elettorale. Un signore dai capelli bianchi interpella la giovane scrutatrice: “Mi spiega perché dividete gli elettori in Maschi e Femmine?” La divisione è innegabile, ma la scrutatrice si è evidentemente limitata a seguire una regola senza troppi sofismi. Ora scuote la testa, forse arrossisce un poco, e di sicuro non sa rispondere. Il signore insiste: “Che senso ha dividere così i votanti? lo dico nell’interesse delle donne, badi bene. Non hanno forse gli stessi diritti degli uomini?” “Ossignore”, annaspa la prima scrutatrice e si capisce che vorrebbe essere su un’isola deserta o in cima all’Everest piuttosto che a discutere con quello scatenato in un seggio elettorale allestito in un’aula scolastica.
“Ossignore dovrei dirlo io”, taglia corto l’elettore. “Lo dico ogni volta che mi trovo davanti a un enigma sociale”.
“Sociale?”
“Massì, le donne possono votare da settant’anni e ancora devo disporsi su una fila diversa da quella degli uomini”.
Arriva il presidente del seggio, un po’ trafelato. “Guardi che si tratta solo di una misura per semplificare il voto, una pura questione tecnica”.
“Ne convengo”, dice il signore sempre più tagliente. “Tanto poi le schede di maschi e femmine finiscono nello stesso contenitore. E a questo punto la distinzione maschi di qua e femmine di là diventa ancora più incomprensibile”.
Non mi sono mai posta domande particolari sulla divisione tra maschi e femmine ai seggi elettorali. Ma ora sono quasi tentata di contattare AVAAZ per chiedere l’abolizione immediata delle due file divise per sesso. Se proprio bisogna dividere gli elettori in due gruppi per semplificare la procedura (per altro tristemente semplificata dall’astensione crescente) — non si potrebbe trovare un metodo meno sessista? Basterebbe, per esempio, raggruppare gli elettori dall’A ad M – e dall’O alla Zeta… O no?

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