Il senso dei ricordi

Quale peso dobbiamo assegnare ai ricordi? Fino a che punto possiamo fidarci dei testimoni oculari che a distanza di mesi, o anni, ripropongono azioni e pensieri di un tempo?
È un tema non secondario che Charles Lewinsky affronta nel suo Un regalo del Fuehrer (Einaudi), storia dell’attore e commediografo ebreo Kurt Gerron, famoso nella Germania degli anni Venti, catturato in Olanda nel 1943 mentre tentava di fuggire oltre Oceano, deportato a Theresienstadt dove gli chiesero di girare un film che descriva in termini positivi la vita nei Lager nazisti. Lewinsky, meno noto in Italia di quanto meriterebbe non foss’altro per la grande saga La fortuna dei Meijer (Einaudi), ha una scrittura raffinata e dimostra notevole profondità e passione quando propone le sue storie ebraiche. La stessa annotazione sui ricordi pone la vicenda in una prospettiva intrigante. La si trova a pagina 49:
- Si dice: «Mi ricordo», ma non è vero. Non proprio. Mettiamo insieme alcuni pezzi, qui uno stacco, là una dissolvenza, e riscriviamo da capo ogni scena finché non si adatta al nostro copione. Quello che teniamo a mente non ha a che vedere con quanto abbiamo realmente vissuto più di una critica teatrale. -Questa chiosa sui ricordi che la mente piega a misura, finché combaciano con la storia che noi stessi abbiamo liberamente costruito sulle fondamenta del nostro passato, induce a riflessioni non superficiali sul concetto stesso di verità, e sulla veridicità di ciò che riferiamo sul nostro vissuto.
Se la mente elabora in modo quasi arbitrario i fatti che ha immagazzinato, siamo tutti degli involontari e spontanei baroni di Muenchhausen, narratori fantasiosi e autoelogiativi, sospesi in in mondo di fantasia, e le memorie più accreditate, le testimonianze più struggenti, non possono arrogarsi un autentico valore storico. Sono solo storie soggettive che raccontiamo (e ci raccontiamo) pensando che siano verità appurate mentre invece, quasi veramente, hanno la consistenza del sogno. Vale per il passato più remoto e traumatico, ma vale anche per gli eventi più recenti. Non a caso tre testimoni racconteranno lo stesso fatto cui hanno assistito pochi minuti prima, in modo profondamente diverso, soffermandosi su particolari dissonanti. Basterebbe questo semplice dato per prendere con le pinze libri proposti come biografie e – peggio ancora- autobiografie. Meglio considerarli storie romanzate più che verità storiche.
Anche se, come nota ancora Lewinsky commentando la fragilità dei ricordi: “Ma non ci resta altro. Nel vero senso della parola. Una volta recitata fino in fondo la commedia, non ci resta altro. Solo le critiche di cui volevamo da sempre fare una cernita, ma non ne abbiamo mai avuto il tempo”.
Con questa premessa la vicenda di Kurt Gerron si presenta costellata di mille dubbi, ma non meno sofferta e appassionante.
Buona lettura.

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2 risposte a Il senso dei ricordi

  1. I ricordi sono un patrimonio strettamente personale, estratti di realtà funzionali al carattere, alle emozioni, direi anche al vissuto di ognuno di noi. Nelle famiglie numerose o anche fra gruppi di amici capita a volte di pronunciare la fatidica frase: “Ti ricordi quella volta che…” Verranno raccontate molte e variegate versioni di quel fatto e nessuna sarà uguale all’altra. Non è questione di dire bugie, dipende proprio dalla visione soggetiva del fatto…

  2. Nicoletta Sipos scrive:

    Quanta ragione! E diventa un bel problema, quando uno si mette in mente d cucire insieme i ricordi propri e altrui per scrivere un memoriale o un romanzo. (sigh, lamento di scrivente provata)

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