Selma

Rischio di ripetere cose già dette da mille altri, ma per Selma – il film – ne vale la pena. Non è da tutti tenere alta l’attenzione del pubblico per oltre due ore con un film documentario sulla marcia con la quale – il 25 marzo 1965 – dopo due drammatici tentativi bloccati a furia di manganellate, 25 mila dimostranti di colore percorsero la distanza tra Selma e Montgomery per chiedere che il diritto di voto fosse concesso anche ai neri. Eppure quell’esperienza – dura, dolorosa – fu una tappa importantissima nella lotta della gente di colore per la conquista dei diritti civili: segnò un momento importante nella campagna non violenta del reverendo Martin Luther King e aprì la via alla legge che nell’agosto del 1965 sancì il diritto dei neri al voto.
Selma, il film, ci aiuta a ricordare tutto questo con garbo ed efficacia. Offre suggestive le immagini al servizio di un copione intenso, risulta abilmente ritagliato sullo schema oratorio di King perché gli eredi del predicatore hanno ceduto a Spielberg l’uso degli originali e non si poteva usarli a rischio di offendere il copyright. Opportuni i cambi di scena, realizzati con misura per tenere alta la suspense. Fluida la regia dell’esordirne Ava DuVernay che, da nera, ha affrontato con particolare sensibilità il tema non facile, e di strettissima attualità, della discriminazione razziale intrisa di pregiudizi ostinati.
Risulta insomma un promemoria eccellente, anche se la sceltadi Tom Wilkinson per il ruolo di Lyndon Johnson e di Tim Roth per il dispeptico governatore Wallace sono a parer mio un po’ fuori fuoco … (dall’altro canto Roth era lontano anni luce anche da Ranieri di Monaco in Grace).Lascerei perdere la polemica sulle nomination agli Oscar. Pazienza che siano solo due dopo un mare di candidature, miglior film e migliore canzone, quel po’ di scandalo sulla scia delle esclusioni accusate di razzismo non farà certamente male alla popolarità del film. Per una volta mi trovo d’accordo con la battuta promozionale che considera Selma un film necessario. Non solo nell’ottica americana, visto che sul territorio americano corrono tensioni e pregiudizi impensabili quarant’anni fa, quando vivevo lì io, ma anche in un’accezione più vasta, nel resto del mondo, dove proliferano sacche di ingiustizia legate alle più diverse forme di discriminazione che colpiscono ogni sorta di minoranza. Ingiustizie più o meno gravi, basate su tragiche arroganze. Crimini di varia entità che stentiamo a denunciare per un milione di motivi perfino nelle ristrette cerchie degli intimi venendo meno a un impegno morale. Perché, come ebbe a dire Martin Luther King jr, a distanza di anni gli offesi non ricorderanno le parole dei nostri nemici, ma il silenzio degli amici».

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