Il bello delle fiabe

Parlando di violenza domestica e del rapporto tra donne e uomini, ho cominciato a usare in più modi le fiabe davanti a ragazzi e adulti. Non è una grande scoperta, lo ammetto. Molti scrittori e autorevoli psichiatri hanno analizzato i messaggi delle favole con risultati entusiasmanti. E sembra che non ci sia molto da dire dopo Bruno Bettelheim (Il mondo incantato- Uso importanza e significato psicanalitico delle favole— Feltrinelli 1976). Ma il metodo continua a piacere, e offre diversi vantaggi. Vale dunque la pena di riprenderlo, alla luce delle diverse interpretazioni di oggi… e di ieri. Il fatto è che il nucleo originale di queste storie risale a circa 40 mila anni fa, con l’intento di trasmettere norme di comportamento che portiamo da tempo immemorabile nel nostro dna. Insomma, ripercorrere racconti tradizionali evidenziandone i significati nascosti, diventa un’esperienza illuminante perché svela suggestioni psichiche di cui noi stessi siamo inconsapevoli.
Prendiamo, per esempio, la storia di Barbablù, una delle undici favole pubblicate nel 1697 da Charles Perrault con un successo istantaneo e, come si vede, duraturo. L’uomo ricco e misterioso, reso inquietante da una insolita barba colorata che segnala l’anomalia del suo carattere e della sua vita, cerca di gestire una giovane moglie troppo curiosa. Lui ha parecchio da nascondere e lo rivela subito, nel modo più diretto, impartendo alla ragazza un ordine tassativo: potrà avere tutto ciò che vuole, abiti, gioielli, cibi raffinati e le è concesso disporre dell’intero castello a suo piacere, ma non dovrà mai entrare nella piccola camera scura in cui il padrone di casa custodisce il segreto cui tiene di più.
Al centro del racconto ci sono dunque la curiosità della donna e il segreto che l’uomo cerca di proteggere con un divieto tassativo e la minaccia di una punizione tremenda. Quel divieto apparentemente insignificante si trasforma, però, con effetto immediato, in una irresistibile tentazione. Appena il marito si allontana lasciandole tutte le chiavi del castello (e forse si allontana solo per mettere la sposa alla prova) la donna troppo curiosa trasgredisce ai patti. Entra nella stanza proibita e scopre che lì dentro sono custoditi i cadaveri delle mogli precedenti, orribilmente squartate. Evidentemente conta di passarla liscia, nascondendo la sua colpa al marito e facendola così franca, ma per lo spavento lascia cadere la chiave che ha appena usato, e che si sporca di sangue. Anzi, per quanto faccia, la poveretta non riuscirà a pulirla. A Barbablù basta un’occhiata per capire il tradimento della donna. Del resto è un esperto della materia, quella storia si è già ripetuta otto o nove volte con le moglie precedenti. A questo punto dovrà punire anche la sposa in carica, uccidendola come le altre. In verità la giovane curiosa riuscirà a sfuggirgli, e Barbablù pagherà tutte le sue colpe, ma questo è un dettaglio che vedremo più tardi.
Il terribile segreto al centro della favola è bene evidenziato da Charles Perrault: Barbablù ha chiuso in quella cameretta i cadaveri delle moglie precenti orribilmente squartate per avere trasgredito al comando di non entrare lì dentro. Ecco qui il tema della trasgressione che porta a un’orrenda scoperta – seguita da varie forme di punizione – al centro di decine di racconti e libri polizieschi. Il nucleo antico della favola propone invece due lezioni di comportamento: c’è un primo monito alle donne troppo curiose, affinché tengano a bada la loro maliziosa voglia di sapere; ma c’è anche un invito agli uomini a dominare gli antichi impulsi di vendetta e a perdonare gli errori delle loro compagne. Ed è un invito più che mai attuale, vista la violenza che imperversa contro le donne ancora oggi.
Sul messaggio ultimo della storia le interpretazioni sono concordi: la trasgressione della donna, e il segreto dell’uomo, sono di natura sessuale. Barbablù si arroga il diritto di dirigere la sessualità della giovane moglie, svelandole (o nascondendole) i segreti del piacere. Non ha alcun interesse a rendere il sesso un’esperienza appagante per la sua partner. Il mistero dell’orgasmo femminile può tranquillamente restarle precluso (questo è tra l’altro un dato storico che milioni di donne hanno condiviso nel corso dei secoli).
Bruno Bettelheim riassume la questione dicendo che la moglie tradisce la fiducia del marito commettendo adulterio, e si espone così all’annunciata punizione. Bettelheim aggiunge che il bambino può identificarsi con un duplice messaggio. Il primo riguarda la forte gelosia d’amore che il piccolo capisce bene, perché alle volte lui stesso prova l’impulso di distruggere la persona che ama se ha la sensazione che voglia abbandonarlo. Il secondo gli trasmette la convinzione che il sesso è un ambito oscuro e pericoloso, dal quale è meglio stare lontani.
Con grande semplicità, e acume, Bettelheim dice tutto, o quasi. Ciò non toglie che su Barbablù si possano fare anche riflessioni di altro tipo. Per cominciare dalle più recenti: Stefano Gastaldi (Uomini: se li conosci puoi amarli – Mondadori 2013) si sofferma sul fatto che Barbablù dà alla moglie «tutte» le chiavi del suo castello. E ragiona: è dunque scemo o matto? Non ha capito a sufficienza che le donne non sanno resistere alla curiosità? Come può sperare ancora che una donna rispetti fino in fondo il suo desiderio? Ed ecco la sua spiegazione: gli uomini che amano concedono alla partner un potere enorme, affidandole le proprie fragilità più segrete. Ma oltre certi limiti questa operazione diventa un po’ illusoria, e perfino pericolosa, perché pretendono che la partner sia più di quello che è. In questo modo finiscono per metterla in trappola – le obbligano a un ruolo impossibile a rischio di soffrirne e farle soffrire. «Barbablù» ragiona ancora Gastaldi «appare come un insieme disarmonico di parti, alcune sviluppate e potenti, guidate però da un’anima non evoluta, rabbiosa, alla perenne ricerca di verificare se, fra tutte, vi sarà una donna che aderisca al suo ideale e resti sottomessa alla sua richiesta. Una donna un po’ madre e un po’ bambina, che lo ami e gli obbedisca, che non guardi mai direttamente le sue gravi manchevolezze (la stanza degli orrori), forse che ne accetti l’esistenza e faccia finta di nulla, puntando sul resto, che è buono».
Il germe della violenza maschile, che tanto ci preoccupa ormai da troppi anni, e che ci costringe a profonde e spesso sconvolgenti esami di coscienza, nasce paradossalmente – secondo Gastaldi – dalla necessità del maschio di dipendere dalla femmina e dalla paura che questo atteggiamento gli arrechi danno sotto forma di tradimento, abbandono affettivo e svalutazione. Più esattamente: «La preziosità femminile e l’insicurezza maschile, unite insieme in una sorta di miscela incendiaria, rendono il maschio aggressivo, arcaico, incapace di pensiero, debole e prevaricato da impulsi ed emozioni incontrollate». E ancora. «L’atteggiamento maschile di fondo, che spinge gli uomini a reagire quando si sentono attaccati o messi alle strette,può essere uno dei motori delle violenze contro le donne, soprattutto laddove si tratti di violenze connesse a conflitti gravi, tradimenti, separazioni».
Nei casi di violenza il partner è tanto debole, immaturo e insicuro da reagire al tradimento della compagna come un bambino disturbato che, deluso per un qualsiasi motivo, se la prende con la madre — solo che non essendo un bambino finisce per farle male. Gastaldi denuncia così il male interiore maschile connesso alla cultura di dominio del maschio sulla femmina. Una cultura dura da morire in tempi che si dicono emancipati e libertari. In effetti si tratta di un fatto culturale non generalizzato che però, conclude Gastaldi, «deriva anche da elementi generali, da distorsioni delle relazione fra maschile e femminile: distorsioni storiche, istituzionalizzate, sclerotizzate in molti loro aspetti».
Delusione e abbandono scatenano così risposte semplificate e stereotipate. Una parola di troppo, un’accusa, uno schiaffo, un calcio. La violenza è uno sfogo alla frustrazione. Detto questo, non si può certo giustificare o compatire i Barbablù d’oggi. Gastaldi esorta anzi le famiglie e l’intera comunità a vigilare – «perché l’acquiescenza e certe norme giuridiche – sono bagni nutrienti e protettivi per questo male». Mi fermo qui, ma Barbablù c’è molto altro da dire. A presto, dunque.

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3 Comments

  1. Daniela Maria Fazio

    Grande Nicoletta!
    è una cosa che ho sempre pensato, le fiabe andrebbero prese per quelle che sono e cioè una metodologia con cui veniva trasmessa ai più piccoli l’esistenza di realtà terribili cercando di metterli in guardia. Sono certa che dietro ognuna di queste fiabe ci fosse in realtà uno o più fatti di cronaca… sarebbe interessante proporre in modo simile alcuni degli odierni fatti di cronaca di violenza ai bambini di oggi, forse troppo presi dai continui messaggi che invece esaltano e valorizzano sia la violenza stessa che la forza.
    Ci sarebbe molto da discutere.
    Comunque complimenti.
    Un bacio grande

    Daniela Maria Fazio
    Sportello Antiviolenza Fenice, Sciacca.

    • Nicoletta Sipos

      Cara amica, ovviamente il tuo incoraggiamento è un dono prezioso. Io sto usando le fiabe proprio per spiegare l’origine (e la possibile cura) della violenza, e mi sembra che il metodo si confermi efficace. Ho molto altro da dire su Barbablù, e da stasera mi rimetto al lavoro — dopo una breve puntata (obbligatoria quasi) alla Fiera del libro di Torino. Spero di vederti presto per confrontare le nostre esperienze, e sarò felicissima di ricevere i tuoi commenti a questo post. Un abbraccio!

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