Il senso delle cose (2)

Continua su “La Repubblica” l’appassionante perlustrazione del nostro panorama editoriale. La parola a Gianandrea Piccioli, già direttore editoriale di Garzanti e Rizzoli, felicemente in pensione da una decina di anni. Da quando cioè ha capito che il vento stava cambiando e un’epoca era alla fine. La sua nostalgia per i tempi andati è pari solo al timore che nutre per le follie d’oggi: lezioni di comportamento, rinuncia aprioristica del progetto illuministico di codificazione intellettuale della realtà, strategie editoriali fissate dal marketing. «Perché solo al commerciale», dice Piccioli «spetta di stabilire le linee del prodotto – i libri televisivi, la serie floreale, la moda culinaria – che la redazione è chiamata a eseguire». Quanta verità nelle dure parole di un grande esule: passo in rassegna la mia collezione di romanzi dedicati alla cucina magica (o dei fiori), mi fermo sul giallo di Pupo, e cerco di districarmi tra la dozzina di libri dedicati allo sfortunato Titanic. Certo, siamo nell’anno del centenario, ma quanti lettori troverà ognuno di questi libri, per quanto possano essere curiosi, importanti e fonte di buon intrattenimento? Mi tornano in mente le parole di una vecchia canzone di Rodolfo De Angelis segnalata tempo fa da Giorgio Bozzo: “Ma cos’è questa crisi?” — La ricetta suggerita dall’eclettico De Angelis per la crisi riferita al teatro, era, più meno: prendete autori originali e attori capaci. Semplice davvero: basterebbe essere originali, unici, in questi tempi di marketing dilagante — o si correrebbe il rischio di non essere capiti e di finire dunque respinti in quanto
fuori misura,
a-normali,
incapaci di seguire le regole del successo?
(segue con l’avvento di nuovi spunti)

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