A lezione da… Margaret Atwood

Margaret Atwood, comincio da lei. O meglio, comincio dalle 35 storie minime di Microfiction (Ponte alle Grazie, traduzione di Raffaella Belletti), pubblicato in Italia nel 2006. C’è molto da scoprire in questo centinaio di pagine costellate di chicche meravigliose. E anche molto da imparare per l’implacabile controllo che Atwood esercita sulle sue creature, levigando, sottraendo, cancellando. A cominciare dalla prima mini-prova intitolata Storie di vita nella quale l’autrice dichiara, perentoria “sto lavorando alla storia della mia vita”. Solo per spiegare: “Non intendo dire che la sto mettendo insieme; no, la sto smontando. Per lo più è una questione di editing”.
Fin qui è tutto abbastanza chiaro. Ma l’editing cui accenna, non la porta ad aggiungere, o aggiustare il tiro, con l’idea di perfezionare lo stile. Niente affatto. Gli interventi sono tutti radicali, grazie alle virtù di forbici e fiammiferi. E spiega: “Io sono nata avrei detto una volta. Ma zac, zac, via padre e madre, bianche strisce di carta travolte dal vento, e per sicurezza gettiamo via anche i nonni. Ho trascorso la mia infanzia. Può bastare. Addio vestitini sporchi, addio scarpe strascicate che mi suscitavano tanta angoscia, addio lacrime piante all’infinito e ginocchi sporche di croste, e tristezza consumata ai bordi.”
E la non storia prosegue, tagliando via tutto il superfluo. In pratica tutto. “Una volta cominciato è divertente. Si spalanca tanto di quello spazio libero…” Cosaresta alla fine?
Io sono nata.
Io sono.
Io.

Ricetta stupenda nella sua stringata radicalità. Ottima per meditazioni notturne. E sempre un buon consiglio. Non solo per scrittori principianti. Anzi: soprattutto per quei best selleristi che ci stordiscono (e si stordiscono) di troppe parole fino a perdersi. E farci perdere. L’essenza.

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