Settant’anni dopo

Tornare a casa, settant’anni dopo. In verità sarebbero sessantanove, ma settanta è più semplice, suona meglio. Fatto sta che sono tornata. A casa, intendo dire, la mia vecchia patria, la città in cui sono nata. Mia madre ne parlava affettuosamente come di un villaggio, ma sessanta mila abitanti fanno una vera città.

Ovviamente tutto è cambiato. Giro da marziana nella città sconosciuta a partire dalla stazione, un edificio severo, con il salone d’ingressi dipinto di giallo limone e fregi bianchi, creato a metà Ottocento quando la città divenne una tappa importante della linea ferroviari che da Fiume portava a Oradea, entrambe allora ungheresi, oggi divise fra tre Stati diversi. Di riconoscibile c’è solo la chiesa che frequentavo da bambina, in virtù dell’ennesimo, pacato gesto di sfida dei miei al regime comunista. Una costruzione della metà dell’Ottocento: ripulita, luminosa, accogliente. Ricordo la mia protesta quando, portandomi a visitare San Pietro, mamma mi disse che lì dentro ci sarebbero state dieci chiese come quella, e io giurai che mentiva perché la chiesa della nostra città era grandissima, sublime. Riconosco anche il canale – il fiume è lontano una ventina di chilometri – e il teatro nel quale i miei avevano l’abbonamento a un palco per pure senso civico. Infatti agli spettacoli  spedivano me ogni domenica pomeriggio, con la tata, e io soffrivo seguendo gli amori sfortunati delle primedonne e supplicavo il signor contrabbassista che mi sembrava a portata di voce, di mettere in guardia la signorina dalle trame del perfino finto innamorato.

Al posto della mia casa ci sono quattro casermoni, lo spazio un tempo destinato a giardino, orto e  frutteto sono oggi destinati a garage. Peccato, ma il terreno che dopo la guerra si regalava oggi vale parecchio e dunque dev’essere utilizzato meglio. Ecco perché sono sparite anche le villette dei nostri amici che in gran parte si erano ritirati a Budapest abbandonando la città. Forse ce ne saremmo andati da lì pure noi anche senza le sferzate dello stalinismo, incompatibile con le idee di nostro padre. Motivo per cui, avventurosamente, abbiamo cambiato non solo la casa, ma anche patria.

La regola è che non si parla di politica con nessuno. Il governo Orban non è tenero con eventuali critici, la linea politica resta coerente con le regole staliniste. Manifesti esplicativi svelano però che il centro e molto altro sono stati ristrutturati anche grazie all’aiuto della Comunità europea. Già, perché i soldi dell’Europa sono sempre bene accetti, e messi a frutto in modo egregio, purché nessuno chieda all’Ungheria di accettare immigranti che finirebbero per annacquare la lingua e corrompere il sangue ungherese, puro cocktail etnico centro-europeo. Aiutare un immigrato è un reato penale. Un sogno per la Lega?

Alcuni curiosi reduci da vacanze italiane si dicono stupiti dalla quantità di stranieri che hanno incontrato per esempio a Roma e Firenze. In Ungheria neri e orientali si contano sulle dita di una mano, o giù di lì.  Niente immigranti è uno slogan caro anche alle sinistre, divise e deboli davanti alla maggioranza di Orban – la storia si ripete, a quanto pare – che vara leggi potenti senza incontrare una vera opposizione. Andrà a Bruxelles anche l’università del filantropo ungherese Soros – naturalizzato americano.

Tra le varie leggi che si occupano di minoranze etniche interne (rom, ebrei ecc.) ce n’è una che prevede la galera per i senza tetto e i mendicanti. La versione ufficiale è che le persone in difficoltà saranno ricoverate in appositi ospizi. Ma gli spazi sono insufficienti. Nella sola Budapest dovrebbero essercene trentamila, ma c’è posto solo per undicimila persone senza lavoro e fissa dimora. La polizia ha cominciato comunque a riunirle portandoli via a forza e bruciando i loro miseri averi per impedire un facili ritorno sulla strada. 

Parlare di tutto questo richiede notevole coraggio. La stampa è sotto scacco, le associazioni umanitarie e culturali che non seguono la linea governativa devono chiudere i battenti. Bisognerebbe saperne di più anche qui in Italia. Per capire dove stiamo andando e cosa vogliamo veramente.

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